DALLA CHIUSURA DEGLI O.P.G. ALLA NASCITA DELLE R.E.M.S.: COSA È DAVVERO CAMBIATO
Per molti anni gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.), conosciuti anche come “manicomi criminali”, hanno rappresentato il luogo in cui finivano le persone che avevano commesso un reato ed erano affette da un disturbo mentale. Erano strutture a metà tra sanità e carcere, con forti limiti dal punto di vista della dignità della persona e della qualità della cura. Il percorso di riforma, lungo e faticoso, ha portato nel 2014 a una nuova impostazione: gli O.P.G. sono stati superati e al loro posto sono state previste le R.E.M.S., le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza.
Le R.E.M.S. nascono con un’idea chiara: mettere la cura al centro. Non sono carceri, anche se ospitano persone sottoposte a misure di sicurezza; sono strutture sanitarie, gestite dal servizio sanitario regionale, dove lavorano medici, psicologi, infermieri, operatori socio sanitari (OSS), educatori e altre figure professionali. Il loro compito è costruire percorsi individuali: valutare i bisogni clinici, stabilire obiettivi realistici, accompagnare passo dopo passo verso il miglior livello possibile di autonomia e, quando è fattibile, verso il reinserimento sociale.
Un passaggio importante riguarda la durata della misura: con il nuovo modello si supera la logica delle permanenze senza fine. Oggi la misura di sicurezza ha limiti chiari e non può durare oltre quanto previsto per il reato. Questo principio ha chiuso, di fatto, la stagione dell’“ergastolo bianco”, in cui molte persone restavano in un limbo che non era più né cura né pena, ma solo attesa.
Cosa significa, in concreto, vivere in una R.E.M.S.? Significa stare in una struttura piccola, con un numero di posti limitato, pensata per garantire ambiente terapeutico e attenzione alla persona. La giornata è scandita da attività semplici ma utili: colloqui, terapia farmacologica, momenti di gruppo, occupazioni strutturate (laboratori, piccole mansioni, attività fisica), educazione alla salute, allenamento delle abilità di base per la vita quotidiana. Ogni attività ha un senso clinico: ridurre il rischio di ricadute, aumentare la consapevolezza della malattia, migliorare le competenze sociali, costruire alternative concrete alla marginalità.
Il criterio per entrare in R.E.M.S. resta legato alla pericolosità sociale attuale: è il giudice che valuta, con gli elementi clinici forniti dai servizi, se la misura deve essere svolta in una struttura sanitaria dedicata oppure in altre forme più leggere sul territorio. Non tutte le persone con disturbi psichici e condanne penali, quindi, vanno in R.E.M.S.; molte sono seguite fuori, con programmi territoriali e misure non detentive, quando le condizioni lo permettono.
Un capitolo a parte riguarda il ruolo dell’OSS. L’operatore socio sanitario è parte dell’équipe e lavora sempre secondo le indicazioni dei professionisti sanitari. Il suo contributo è fondamentale nella cura della persona (igiene, alimentazione, supporto nelle attività quotidiane), nell’osservazione dei comportamenti e delle esigenze, nella relazione rispettosa e coerente con gli obiettivi terapeutici. In alcuni momenti l’OSS può anche sostituire l’“infermiere circolante” per le mansioni compatibili con il suo profilo. La parola chiave è integrazione: nessuno lavora da solo, si decide insieme, si documenta ciò che accade, si comunica in modo chiaro.
Naturalmente non mancano le criticità. I posti sono pochi rispetto ai bisogni, e questo può generare attese e pressioni sui servizi. L’equilibrio tra cura e sicurezza richiede organizzazione, formazione continua e regole chiare: gestione delle crisi, prevenzione del rischio, valutazioni periodiche, piani di dimissione realistici. Serve anche continuità tra dentro e fuori: la R.E.M.S. non è un’isola, ma un pezzo della rete di salute mentale. Senza un territorio pronto ad accogliere, con centri di salute mentale attivi, residenze leggere, appartamenti protetti e lavoro sociale, il reinserimento si ferma.
Eppure i benefici del nuovo modello sono evidenti. La persona non è più definita solo dal reato o dalla malattia, ma viene considerata nella sua globalità: storia, risorse, limiti, legami. Gli obiettivi non sono astratti: si lavora su farmaci efficaci e ben tollerati, sulle abilità di vita, sulla responsabilità personale, su reti familiari e sociali. Si punta a ridurre il rischio e allo stesso tempo a costruire futuro: una casa, una routine stabile, relazioni più sane, piccoli impegni lavorativi possibili.
Guardando avanti, le priorità sono tre: risorse adeguate (posti, personale, formazione), standard omogenei tra regioni per evitare differenze ingiuste, e alleanze forti con il territorio (comuni, servizi sociali, terzo settore, famiglie). È su questo terreno che la riforma compie il suo salto di qualità: non basta chiudere una porta, bisogna aprire strade credibili e sostenibili.
In conclusione, il passaggio da O.P.G. a R.E.M.S. rappresenta un cambio di paradigma: dalla custodia alla cura responsabile, dalla durata indefinita alla misura con un tempo, dal “dentro” isolato alla rete dei servizi. È un percorso complesso, con problemi reali, ma è la direzione giusta se vogliamo un sistema che tutelI la sicurezza e allo stesso tempo rispetti la persona, la sua salute e i suoi diritti.