MOBILIZZAZIONE PAZIENTE EMIPLEGICO

L’emiplegia è un deficit motorio che interessa la metà destra oppure la metà sinistra del corpo; la causa si può individuare in un danno cerebrale controlaterale, cioè dalla parte opposta al deficit, dovuto principalmente a ictus ischemico o emorragico, ma anche a traumi, tumori, infezioni o malformazioni congenite. Il recupero motorio assume caratteristiche diverse a seconda dell’età in cui insorge il problema. Nella fase acuta si può osservare flaccidità delle membra interessate, dura circa 4/6 settimane secondo la gravità dell’accidente che l’ha provocata; nella fase sub acuta la situazione si stabilizza e può avere inizio una terapia di tipo riabilitativo neurologico e fisico. Altri segni caratteristici dell’emiplegia possono essere: iperreflessia (cioè una accentuazione dei riflessi) che causa schemi estensori nelle braccia e schemi flessori nelle gambe; la comparsa di riflessi cosiddetti “primitivi” come il riflesso di Babinski, tipico del neonato che scompare nell’arco dei primi 6 mesi di vita; lentezza nell’esecuzione di movimenti che normalmente non richiedono tempo per essere effettuati. Come è evidente, il paziente che presenta un simile quadro clinico è sicuramente un paziente fragile, che ha bisogno di assistenza medica, infermieristica, fisioterapica, logopedica e domestico – alberghiera. Non sa più come fare a muoversi, sente il corpo diviso in due, anche l’utilizzo del suo lato sano risulta difficoltoso, si sente confuso e in molti casi non riconosce come proprio il lato malato; ha paura di cadere a causa della mancanza di equilibrio e di una difficile gestione dei movimenti; spesso è in grado di fare molto più di quello che pensa se aiutato nel modo, nel luogo e al momento giusto. L’operatore socio sanitario, durante il corso di formazione, apprende tutto ciò che è necessario per poter assistere chi ha problemi di mobilizzazione e può quindi essere di aiuto nel caso di pazienti con emiplegia; le indicazioni su come e quando mobilizzare il paziente vengono date dal fisiatra e dal fisioterapista, l’oss è tenuto a seguirle scrupolosamente onde evitare di provocare danni a sé stesso e al paziente. Per mobilizzare un paziente emiplegico si possono adottare alcune strategie che rendono l’operazione più semplice per l’operatore e contemporaneamente stimolano il paziente ad usare la parte sana in aiuto di quella malata. È molto importante che l’oss assuma una posizione corretta per evitare di danneggiare il rachide dorsale, quindi deve flettere le gambe e avvicinare quanto più possibile il suo corpo a quello del paziente, così che sia più semplice aiutarlo a sollevarsi; invitarlo quindi ad utilizzare il braccio e la gamba non coinvolti dall’emiplegia per aiutarsi a compiere dei piccoli spostamenti sia all’interno del letto, sia verso la sedia a rotelle o il deambulatore. L’operatore che aiuta il paziente nella deambulazione deve sempre mettersi dalla parte emiplegica, che va “mutuata”, cioè sostenuta, aiutata, sostituita; invita il paziente a guardare davanti a sé, a non trascinare i piedi, a compiere cioè i movimenti nel modo più corretto possibile, così da accelerare il processo di ripresa. L’assistenza a questo paziente deve mirare alla sua riabilitazione, al mantenimento delle capacità residue, al recupero dell’autostima, a non cedere alla depressione, a non vedersi come una persona che non può più fare nulla. Molte volte l’oss si troverà di fronte a persone che dicono di non avere voglia di fare niente, ma non è mancanza di volontà, è sfiducia nelle proprie capacità, sfiducia che induce il paziente a lasciarsi andare. In questi casi l’operatore socio sanitario può fare molto; può stimolare il paziente ad avere cura di sé, del suo aspetto, della sua igiene personale e molto altro. Nel caso il paziente non sia ancora in grado di deambulare, l’oss può mobilizzarlo sulla sedia a rotelle seguendo le indicazioni del fisioterapista e usando tutti gli ausili a sua disposizione; il principio è sempre quello di aiutare il paziente a ritrovare una sorta di indipendenza, quindi, tranne in casi molto gravi, bisogna evitare di sostituirsi completamente a lui negli spostamenti; invitarlo ad utilizzare la sua parte sana come sostegno. Il paziente non va trazionato dalle braccia o dalle gambe, va afferrato sotto le ascelle e dietro alle scapole, con la mano ben aperta e le gambe flesse; per comodità dell’operatore meglio far scendere il paziente dal lato non colpito dall’emiplegia, cosicché possa sostenersi da solo e sia di aiuto soprattutto a sé stesso; se necessario mettere una tavoletta che lo aiuti a scivolare sulla sedia più facilmente. Una volta seduto, accertarsi che i piedi siano sulle predelle, i gomiti e le braccia sui braccioli, se necessario utilizzare fasce addominali di sostegno oppure mettere il paziente di fronte ad un tavolino su cui si può mettere l’acqua, il pranzo oppure un giornale. In ogni caso collaborando con l’equipe multidisciplinare che ha in carico il paziente, l’operatore socio sanitario può aiutare il paziente colpito da emiplegia a recuperare sia la coordinazione muscolare, sia la forza fisica ma soprattutto la forza emotiva, mentale, che sostiene tutte le persone.


Filippo

Fermarsi significa retrocedere.

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